Quando avevo quattro mesi, mia madre morì all’improvviso, e mio padre dovette occuparsi di me tutto da solo. Ecco com’ero a quell’epoca.
Non ho né fratelli né sorelle. Così per tutta la mia infanzia, dall’età di quattro mesi in poi, fummo solo noi due, mio padre e io.

 

Vivevamo in un vecchio carrozzone da zingari dietro una stazione di servizio. Mio padre era proprietario di quella stazione, del carrozzone e del campicello retrostante, ma questo era più o meno tutto ciò che possedeva al mondo.
Era una piccolissima stazione di servizio su una stradicciola di campagna circondata da campi e colline boscose. Quand’ero ancora piccolissimo mio padre mi lavava, mi dava il poppatoio, mi cambiava i pannolini e faceva tutti i milioni di altre cose che una madre fa per il suo bambino.

 

Mio padre era un meccanico bravissimo. C’era gente che, pur abitando a chilometri di distanza, preferiva portare l’automobile a lui piuttosto che al garage più vicino. I motori erano la sua passione.
«Un motore a benzina è pura magia» mi disse una volta. «Immagina di prendere mille pezzi diversi di metallo e di montarli insieme in una certa maniera... e poi ci metti dentro un po’ d’olio e di benzina, abbassi un piccolo interruttore... e all’improvviso tutti i pezzi di metallo prendono vita... e ronfano, ronzano e rombano... e fanno frullare le ruote della macchina a velocità fantastica...»

 

Per far volare l’aquilone salimmo in cima alla collinetta dietro la stazione di servizio. Mi era difficile credere che un oggetto simile, fatto con pochi bastoncini e un pezzo di stoffa ricavato da una vecchia camicia, potesse volare per davvero.
Io reggevo lo spago e mio padre teneva l’aquilone. E non appena lui lo lasciò andare, l’aquilone prese il vento innalzandosi verso il cielo come un enorme uccello azzurro.
«Dagli ancora un po’ di spago, Danny!» esclamò mio padre. «Forza! Dagliene quanto vuoi!»

 

Mentre reggevo la mongolfiera in posizione verticale, mio padre vi si accovacciò sotto e con cautela versò un po’ di alcool sulla palla di cotone.
«Ci siamo» annunciò, accostando al cotone un fiammifero acceso. «Allarga l’apertura più che puoi, Danny!»
Un’alta fiamma gialla si levò dalla palla di cotone e s’infilò diritta dentro la mongolfiera.
«Prenderà fuoco!» esclamai.
«No che non prenderà fuoco» disse lui. «Guarda».

 

«Puoi far volare l’aquilone in qualsiasi momento, anche da solo» mi ammonì mio padre. «Ma non devi mai far volare la mongolfiera se non ci sono anch’io. È troppo pericoloso».
«D’accordo» dissi.
«Danny, promettimi che non cercherai mai di farla volare da solo».
«Promesso».
Poi ci fu la casa sull’albero che costruimmo in cima alla grande quercia in fondo al campo.
E l’arco e le frecce: l’arco con un pollone di frassino lungo un metro e venti, e le frecce con l’impennaggio fatto di penne di pernice e di fagiano.
E i trampoli che mi facevano diventare alto tre metri.
E un boomerang che tornava indietro e mi ricadeva ai piedi quasi tutte le volte che lo scagliavo.